Dopo una stagione intensa, ricca di crescita, emozioni e risultati importanti, abbiamo fatto due chiacchiere con Mr. Leopoldo Biasio, allenatore della Rambla C11 Femminile.
Dal ritorno in una società che considera casa, al rapporto con le atlete, passando per il bilancio del campionato appena concluso e gli obiettivi per la nuova stagione: Biasio racconta il percorso di un gruppo che ha saputo crescere insieme, costruendo la propria identità dentro e fuori dal campo.
Una lunga intervista che parla di calcio, certo, ma soprattutto di fiducia, rispetto, condivisione e passione. Con una promessa finale!
Buongiorno Mister, partiamo con l’esperienza in Rambla… dall’inizio: come sei arrivato alla Rambla C11 Femminile e cosa ti ha convinto ad accettare questa sfida?
Buongiorno a voi. Il mio è stato un bellissimo ritorno in Rambla, avendo già collaborato con l’associazione anni fa, mentre studiavo scienze motorie e abitavo a Curtarolo. È stato quindi naturale ritornare a casa in un ambiente che sapevo essere il migliore possibile per allenare. Dopo la chiamata del presidente Longo e di alcune ragazze che avevo già allenato anni fa, la risposta poteva essere solo un entusiastico SI!
Lo scorso anno è stato il tuo primo anno alla guida del gruppo: che squadra hai trovato, sia dal punto di vista tecnico che umano?
Conoscendo alcune delle componenti del gruppo sapevo che la squadra aveva molto da dire dal punto di vista tecnico, e così è stato. La cosa che mi ha più fatto piacere è stato trovare però una squadra e delle giocatrici che si sono messe a disposizione dal primo momento senza nessun tipo di riserva nei miei confronti, nonostante per molte di loro fossi un perfetto sconosciuto. Arrivati al termine della stagione possiamo dire che non avrei potuto trovare un gruppo di persone migliori di questo per accoglienza, capacità e personalità.
Che impressione ti hanno fatto le atlete nei primi mesi di lavoro insieme? C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente del gruppo?
Sicuramente nei primi mesi c’è stato bisogno di lavorare molto dal punto di vista del gioco, che in parte era diverso da quello che avevano sviluppato nelle scorse annate. Ogni allenatore porta con sè principi di gioco, idee e richieste diverse nella squadra in cui arriva, quindi abbiamo investito la prima parte di stagione per arrivare senza fretta a creare un nostro stile di gioco. La cosa che mi ha più colpito, oltre alla disponibilità delle ragazze, è stato soprattutto la loro veloce capacità di adattamento e apprendimento, che hanno permesso di raggiungere gli obiettivi tecnico-tattici e caratteriali in poco tempo.
Come ti sei trovato all’interno della società Rambla? Che tipo di ambiente hai trovato attorno alla squadra?
Ogni volta che incontro qualcuno che è passato o è tutt’ora dentro a Rambla mi ha sempre detto: “Rambla una volta, Rambla per sempre”. Così è stato. Fin dal primo momento mi sono sentito a casa, sembrava che non me ne fossi mai andato. L’ambiente intorno alle ragazze è perfetto per chi vuole fare sport, ma anche per chi in generale vuole far parte di un gruppo di persone che hanno un obiettivo comune. La presenza di volontari e collaboratori la cui disponibilità è infinita, e che ringrazio di cuore, ha reso il nostro lavoro il migliore possibile. Oltre a questo, anche il paese e la comunità di Curtarolo ci hanno sempre fatto sentire il loro calore e affetto e questo è senz’altro un carburante aggiuntivo a livello motivazionale. La fotografia più bella è sicuramente la festa prepartita nella semifinale playoff di ritorno giocata in casa davanti a più di 250 persone, con i nostri bambini che ci hanno accompagnato in campo e sostenuto fino all’ultimo secondo insieme alle loro famiglie ed ai nostri tifosi.
Facciamo un po’ un bilancio 2025/26: guardando alla scorsa stagione, qual è il bilancio complessivo che ti senti di fare?
Nonostante la consapevolezza nei nostri mezzi ci siamo sempre posti obiettivi realistici e abbiamo continuato a lavorare per step. L’obiettivo stagionale era arrivare dentro le prime 8 per garantire il proseguo della stagione e la partecipazione ai playoff promozione. All’ultima giornata siamo arrivati a giocarci il secondo posto fino all’ultimo minuto, dietro all’inarrivabile Alto Livenza (poi promosso con merito in serie C) e al Torri. La soddisfazione del terzo posto è stata confermata dal passaggio del turno ai quarti di finale con il conseguente raggiungimento delle semifinali playoff, giocate a viso aperto sia in casa che fuori con il Calcio Padova Women. Le ragazze hanno sempre dato tutto quello che avevano, sia in allenamento che in gara, superando spesso i loro limiti. Il bilancio non può quindi che essere più che positivo.

C’è un momento, una partita o un passaggio della stagione che secondo te ha rappresentato una svolta per il gruppo?
Due momenti in particolare: il primo la sconfitta con il Cittadella Women in regular season. È stata una sconfitta salutare, perché ci ha permesso di capire cosa ci mancava, ma ci ha anche dato fiducia e ci ha fatto capire, nonostante il passivo, che il gap tra noi e loro, che in quel momento erano la squadra più forte del torneo, non era così impossibile da colmare. Il secondo senz’altro la gara col Torri, sempre in campionato. Arrivavamo da una sconfitta a Trieste che bruciava molto, soprattutto per il gioco espresso e per la classifica che era molto corta e poteva mettere ansia. La partita era fondamentale essendo il Torri una diretta concorrente per i playoff. Dopo una partenza timida, all’intervallo è successo qualcosa in spogliatoio. Nulla di visibile o eclatante, ma qualcosa che solo chi ha fatto sport può capire. Le ragazze sono rimaste in silenzio per un minuto, si sono guardate negli occhi tra loro, si sono caricate e sono uscite per tornare in campo. Gli occhi di molte di loro non li dimenticherò mai: all’interno c’erano affetto reciproco, passione, determinazione, fame e consapevolezza dei loro mezzi come squadra e soprattutto come gruppo. Il risultato è stato una rimonta e una vittoria importantissima che ci ha dato la spinta per entrare tra le prime 8.
Quali sono stati gli aspetti più positivi emersi durante il campionato? E, al contrario, quali sono le cose su cui avete capito di dover lavorare di più?
La passione e la voglia di questo gruppo sono stati sicuramente i due aspetti che hanno contraddistinto tutta la stagione. Non ricordo un allenamento in cui qualcuno non abbia avuto voglia di venire al campo e stare insieme. Una cosa che forse mancava a questo gruppo invece era la fiducia, oltre alla consapevolezza dei propri mezzi. Ripeto che ho avuto la fortuna di allenare delle bellissime persone prima che delle ottime giocatrici. Non è stato assolutamente difficile dare fiducia a questo gruppo, ma far capire loro che la avevano incondizionata è stata una delle parti più difficili dell’anno. L’affetto che poi provo per questo gruppo ha sicuramente aiutato.
La squadra ha dimostrato spesso carattere e capacità di reagire anche nei momenti difficili: è una qualità che hai cercato di costruire o era già presente nel gruppo?
Ognuna di queste ragazze dentro aveva un fuoco che forse non sapeva di avere. Uno degli obiettivi di quest’anno era sicuramente risvegliare la passione, la fiducia e determinazione che ognuna di loro aveva. Questo ha permesso di arrivare spesso a ribaltare partite e risultati che forse qualche anno fa non avrebbero ribaltato. Credo che aver fatto capire ad ognuna delle ragazze in rosa che in campo poteva essere sempre se stessa, sia stato il lavoro più difficile, ma anche quello che ha dato più soddisfazione.
Sono già iniziati i lavori per la stagione 2026/27, da dove si riparte? Quali sono le priorità su cui stai lavorando con la squadra?
Si, il progetto Rambla deve proseguire e lo farà finché questo gruppo continuerà ad esistere. Si riparte da un gruppo forte e ancora più coeso, e dalla necessità di trovare le persone giuste per andare avanti senza mai dimenticare l’identità Rambla. Saluteremo qualcuno che parte per motivi d’età e di lavoro, ma che continuerà sicuramente ad orbitare nell’universo Rambla, e abbia cercato di garantire continuità sia dal punto di vista tecnico che caratteriale.
Al di là dei risultati, quali sono i principi di gioco che vuoi trasmettere alle tue atlete? Che tipo di squadra vuoi vedere in campo: aggressiva, ordinata, propositiva, concreta?
Ciò che abbiamo chiesto dal primo momento alla squadra è stato quello di non mollare mai. Personalmente sono per un calcio in cui la giocatrice è autonoma e sa cosa fare in ogni situazione. Lavoriamo molto per principi di gioco e per analisi delle situazioni cercando di abituare le ragazze a ragionare e interpretare il gioco invece che subirlo e schematizzare le giocate. A livello caratteriale sicuramente mi piace vedere una squadra aggressiva, ma attenta ed ordinata, e che abbia una identità ben precisa. In questo devo ringraziare anche il nostro preparatore Giacomo che ha fatto durante tutto l’anno un lavoro eccellente che ci ha permesso di mantenere sempre alto il livello e l’intensità richiesta durante allenamenti e partite.
Quanto conta per te costruire prima un buon gruppo e poi una squadra vincente?
Un gruppo unito è fondamentale non solo per vincere, ma anche per andare avanti sempre anche nei momenti no della stagione. Abbiamo un sacco di questi esempi nello sport: dalla nazionale femminile di Velasco, al Leicester di Ranieri. Io sono stato fortunato perché ho trovato un gruppo già unito, coeso e che sapeva cosa voleva. È bastato dare fiducia ad ognuna di loro per dare il là ad una stagione stupenda.
Qual è il tuo metodo per creare uno spogliatoio sano, unito e competitivo?
Credo molto nelle persone e nel rispetto di ogni individuo per quello che è e che può dare. Quindi do fiducia e rispetto incondizionato dall’inizio a tutte le componenti della rosa perché credo sia fondamentale che le ragazze siano tranquille e sappiano che vicino a loro ci sono persone che le supportano e credono in loro. Poi sicuramente oltre a ciò che si fa in campo è fondamentale anche il rapporto fuori, quindi quando si può cerco sempre di fare in modo che le ragazze e lo staff stiano insieme per creare legami e situazioni di condivisione, dal ritiro precampionato, al compleanno festeggiato a fine allenamento, alla cena del venerdì sera.
Cosa chiedi principalmente alle tue giocatrici durante la settimana di allenamento e poi la domenica in partita?
Di dare sempre il massimo che possono dare sempre. Giochiamo a calcio per pura passione, ma dietro c’è magari una giornata dura a lavoro, un esame all’università che non abbiamo passato o ancora un litigio non chiarito in famiglia. Alle ragazze chiedo sempre di arrivare al campo a mente lucida e di sfruttare quell’ora e mezza di allenamento anche per sfogarsi o prendere una pausa dalla vita di tutti i giorni. In campo voglio che siano libere e loro stesse, senza freni inibitori o preoccupazioni. Questo permette loro di dare il massimo in allenamento, focalizzandosi su ciò che facciamo, e di conseguenza la domenica in partita.
Lo sport, si sa, non è solo atletica e preparazione, c’è tutta la sfera “umana”: che tipo di rapporto cerchi di instaurare con le ragazze? Più dialogo, più disciplina, o un equilibrio tra le due cose?
Ho a che fare con persone adulte e proprio per questo mi piace avere un dialogo con loro. Di natura non sono una persona abituata ad imporre idee o ingabbiare persone. In campo io vedo delle cose, ma spesso mi confronto con loro su cosa fare in alcune situazioni o cosa ne pensano di ciò che vorrei fare, rendendole partecipi in maniera attiva. Credo faccia parte del processo di crescita e di formazione della giocatrice il fatto di sbagliare e di prendere decisioni che però possono portare a un risultato diverso da quello sperato. Poi naturalmente l’ultima parola è mia e dello staff e la stessa cosa vale per la responsabilità delle scelte, ma credo che l’aiuto reciproco sia fondamentale.
Quanto è importante per te che ogni atleta si senta parte del progetto, anche quando magari trova meno spazio in campo?
Tantissimo, e credo sia la parte più difficile del mio lavoro. Succede a volte che qualche ragazza non giochi molto in alcuni momento della stagione o che debba accettare scelte difficili da digerire. Il mio primo pensiero è quello di spiegare le motivazioni e motivare la ragazza a fare sempre il massimo per migliorare, a dare tutto quello che ha quando viene chiamata scendere in campo o a mettermi in difficoltà con il lavoro durante la settimana e in partita. Per ora, nonostante qualche rospo da ingoiare, vedo che le ragazze hanno sempre e comunque accettato le scelte e hanno capito le motivazioni. Anche per questo loro modo di essere continuo a dire che ho un avuto un gruppo speciale.

C’è un valore che non deve mai mancare dentro il gruppo Rambla c11 femminile?
Dico tre parole: rispetto, condivisione e fame. Sono tre cose che questo gruppo aveva già insite, che Rambla ha sempre richiesto e che io ritengo imprescindibili. Se manca anche solo una di queste il gruppo si sbilancia e difficilmente si riesce ad andare avanti. Sta anche a noi come staff cercare di orientare e mantenere la rotta quando serve.
Senza tirarsela troppo, e senza parlare solo di classifica, quale sarebbe per te il vero salto di qualità da fare nel 2026/27?
Questo gruppo ha già tutte le carte in regola per fare il salto di qualità. Forse l’unica cosa che manca è una panchina un po’ più lunga. Per motivi di lavoro, studio o impegni personali ci siamo trovati a volte ad essere un po’ corti, ma questo gruppo ha saputo superare anche questo.
Che messaggio vuoi lasciare alle ragazze in vista dei prossimi impegni?
In questi giorni stiamo dando qualche info riguardante l’inizio dell’anno e quello che continuo a scrivere è che non vedo l’ora di tornare in campo con loro. Spero arrivino con l’entusiasmo con cui ci siamo salutati a giugno e la consapevolezza che abbiamo avuto nelle ultime partite. Far parte di Rambla è un’occasione speciale e loro lo sanno, devono essere orgogliose di far parte di questa società.
Per finire…Ultima domanda, inevitabile: come la mettiamo con il carattere fumantino del mister?
Domanda che piacerà molto al Pres Longo. Ho un difetto: faccio ogni cosa con il cuore. Vivo il calcio in maniera viscerale e purtroppo a volte finisce per venir fuori un po’ troppo la mia passione. Ogni tanto mi ritrovo 3-4 metri dentro il campo per dare indicazioni o mi scappa qualche protesta di troppo, ma sempre in maniera educata. Credo però che anche questo faccia parte del gioco. Tengo molto alla squadra, alle ragazze ed alla Rambla e quindi finisce che l’emozione ha il sopravvento. Credo però che sia anche questo un modo per trasmettere la mia passione al gruppo e dare un aiuto nei momenti difficili dimostrando che sono lì al loro fianco a lottare, e lo farò sempre.
Per il 2026 c’è qualche buon proposito? Magari contare fino a dieci prima di arrabbiarsi?
Con questo gruppo è impossibile arrabbiarsi. Quando capiterà però sicuramente conterò fino a 20, non 10. Promesso.







